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Perché il lavoro sulle emozioni è importante

January 17, 2018

 

“Dare spazio” alle emozioni non è solo uno slogan diffuso in questo periodo ma a mio parere, un effettivo intervento consulenziale, che genera un movimento interno e “fa spazio” a riflessioni e cambiamenti.

Nel mio lavoro, ascoltare ed entrare in contatto con l’emozione che la persona sta vivendo in quel periodo o in quel preciso momento, è l’operazione che permette “un avvicinamento” e da modo di creare un clima di intimità. Poterne parlare, raccontare con i gesti e le parole, ciò che c’è nella mente e nel corpo, permette di far emergere altri pensieri, riflessioni che, se accompagnati e guidati, portano ad acquisire un nuovo modo di vedere la medesima situazione: è questo che rende possibile un’apertura rispetto al blocco entro il quale la persona si trova.

L’esperienza che ho maturato negli anni lavorando in ambito riabilitativo-psichiatrico, mi ha dato modo di apprendere una specifica formazione legata al Modello Teorico di Marsha Linehan (1993) la DBT - Dialectical Behavioral Therapy -  Questa metodologia prevede un intervento cognitivo mirato ad aiutare i pazienti a riconoscere gestire a contenere le proprie emozioni al fine di non tramutarli in comportamenti impulsivi che possano nuocere alla loro salute o incidere sulla qualità della loro vita. La persona impara a contenere la propria impulsività, incrementando la propria capacità riflessiva, di accoglimento di contenuti emotivi spiacevoli e di governo degli stessi; questo gli permetterà nel tempo di attuare un cambiamento rispetto ad abitudini a comportamenti dannosi così da poter accedere ad una possibilità di parlare di sé anziché agire.

Questo tipo di intervento può essere di aiuto a qualsiasi persona che si trovi in un momento di difficoltà.

Nel mio lavoro come Counsellor ho integrato, questa mia esperienza con i concetti dell’Analisi Transazionale. Alcuni autori mi confermano l’importanza di lavorare sulle emozioni e che questo è di supporto all’intervento stesso di Counselling.

 Nel 1975 Erskine, in un articolo illustrava i vari aspetti del funzionamento psicologico e sosteneva che l’Analisi Transazionale, basata sul concetto Stati dell’Io, ha la struttura teorica necessaria per supportare gli interventi nell’ambito affettivo, cognitivo e comportamentale: “Perché gli effetti dell’intervento siano completi e duraturi si deve lavorare sul pensiero, sul comportamento e sui sentimenti del cliente”

“Se il Counsellor lavora prevalentemente con il pensiero e il comportamento del cliente significa che le emozioni non possono essere escluse dal processo di Counselling, se il lavoro del Counsellor si limita ad un intervento a livello comportamentale si riesce ad ottenere solo una certa comprensione e un certo controllo dei sintomi” dice Cornell  (2001).

L’ambito delle emozioni e la loro “regolazione consapevole” per me è dunque familiare. E’ l’aspetto di cui parlo, che osservo, di cui tengo conto quando sono in presenza di una persona che si rivolge a me per una consulenza. Nei colloqui i clienti portano la loro difficoltà nella gestione delle emozioni (con questo termine intendo il riconoscimento, la validazione, la tolleranza dell’intensità e dei pensieri che si muovono in relazione ad essa) specialmente quando si parla della rabbia e della paura. Far emergere l’emozione, interrogare l’altro circa ciò che sente e vive, verificare le capacità di espressione, il saperle nominare, gestirne i pensieri, riconoscere i comportamenti legati ai vissuti emotivi, sono tutti interventi che ritengo efficaci nel mio modo di operare a partire dal presupposto che quando una persona richiede una consulenza sta vivendo un momento “emotivamente” significativo e che in qualche maniera non lo riesce a gestire. Aiutare ad individuare strategie per volgere l’emozione verso il comportamento adeguato e verificarne gli aspetti positivi rappresenta un primo intervento fondamentale.

In termini AT l’intervento è volto ad attivare una riflessione dell’Adulto e ad andare alla ricerca dei contenuti del Genitore in termini di pregiudizi, credenze e ingiunzioni e di quelli del Bambino in termini di illusioni, e paure. Questo mi permette di contattare i bisogni del mio cliente, che attraverso il confronto può identificarli. Il passaggio successivo sarà rappresentato dall’individuazione delle possibili opzioni per soddisfare il bisogno.

Il riconoscimento e la soddisfazione dei propri bisogni avviene innanzi nel qui ed ora ed avviene soprattutto nella relazione. Il lavoro sulle emozioni, l’ascolto e la comprensione permette al cliente di appagare  i bisogni  di sicurezza, di sentirsi riconosciuti e accettati per ciò che si è, permette quindi di sperimentare  che il comunicare in modo adeguato le proprie emozioni ed i propri sentimenti, l’avere fiducia,  genera  le basi per una relazione di scambio e di supporto, esperienza che il cliente potrà replicare con altre relazioni, dopo averne sentito i benefici.

Nel corso della mia esperienza lavorativa ho avuto modo di lavorare su di me in quanto persona che accoglie e “raccoglie” dati ed impressioni, “sente” ciò che il cliente sente e “agisce” come il cliente agisce. Attraverso la supervisione costante ho modo di elaborare e utilizzare le mie emozioni che mi sono  anche da giuda per fare ipotesi ed esplorare il mondo emotivo del mio cliente. Da questo punto di vista la teoria dell’A.T. mi permette di poter gestire ciò che mi accade nell’incontro con i clienti.

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